FiniMondi – ELECTROMA, dei Daft Punk


a cura di Francesca Maria Bernardini (Rassegna FiniMondi)

ELECTROMA

(2006)

dei Daft Punk

Locandina

Locandina

Titolo originale: id.
Origine: Francia/Usa, 2006
Regia: Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo (Daft Punk)
Sceneggiatura: Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo (Daft Punk), Paul Hahn, Cédric Hervet
Fotografia: Thomas Bangalter
Colonna sonora: Steven Baker
Interpreti: Peter Hurteau, Michael Reich
Produzione: Daft Arts, Wild Bunch
Durata: 74’

Rossa la parete rocciosa corrosa dal tempo e dal sole mostrata nelle prime immagini di Electroma, secondo lungometraggio della band francese Daft Punk, rosse le immagini iterate delle fiamme che lungo la durata del film prescrivono le scene madri, accompagnate da effetti sonori che sfociano nel silenzio più assoluto.
Silenzio spesso ingombrante che porta lo spettatore a riflettere sull’essenza stessa dell’immagine e a classificare il secondo lungometraggio della band come un film fantascientifico-psichedelico, visivo ma soprattutto sperimentale, dove i tempi sono dilatati al massimo, accompagnati spesso da lun-ghissimi piani sequenza, panoramiche ed effetti in computer grafica fusi con ambientazioni reali. Il risultato sullo schermo è indubbiamente sbalorditivo, tanto da aver assicurato alla pellicola diretta da Thomas Bangalter (che cura anche la fotografia e la sceneggiatura) e Guy-Manuel de Homem-Christo il premio per la miglior tecnica fotografica e colonna sonora alla Director’s Fortnight del Festival di Cannes.
I due protagonisti sono due robot che iniziano un’odissea fisica e spirituale che li porterà alla vera consapevolezza del loro essere, in contrapposizione a una società dove l’omologazione è costrittiva perché non si può essere in alcun modo «fisicamente diversi». Proviamo a immaginare per un istante un mondo dove non esiste un sorriso, un pianto di un bambino, non si vede una lacrima scendere dagli occhi, dove i soli esseri viventi sono degli automi, creati non si sa dove e quando, ma che vi-vono in città con case, parchi giochi, scuole, panchine, municipi, sono il simulacro di un’entità umana ormai svanita per sempre.

I due esseri meccanici desiderano qualcosa, vogliono essere «unici» e «diversi» per potersi sentire finalmente liberi, il loro viaggio inizia percorrendo una California spoglia, deserta, arsa dal sole che brucia anche l’aria. Su di una Cadillac nera anni Ottanta, ripresa in diverse posizioni e infi-ne scavalcata dalla mdp che riprende la strada per vederla scorrere via (come nelle strade perdute di D. Lynch) portando forse a una meta, a un cambiamento, a un «nuovo mondo». Ma tutto appare ir-reale, un mondo onirico partorito da un sogno, solo due elementi sembrano essere ineluttabili, la targa della macchina dei protagonisti con su scritto «human» e la scritta sulla giacca di pelle, «Daft Punk», un’identità a cui niente si può opporre.
Eccoli entrare in un luogo, uno spazio bianco, vuoto, immacolato, ed è li che avviene la trasforma-zione, un cambiamento; i due escono con «volti umani», camminando per la città non vi è un automa che non si fermi a guardarli, tutti si voltano, li cercano, li inseguono, una piccola bambina robot li fissa così a lungo da far sciogliere il gelato e farlo cadere a terra, questo piccolo gesto è emblematico: come può una bambina robot mangiare un gelato se non possiede la bocca? Come possono due robot avere volti umani se non lo sono? Il sole è caldo e i lori volti fatti di cera si sciolgono di fronte agli sguardi di tutti, la massa li segue, inizia la disperazione e la consapevolezza di non poter essere quello che vorrebbero, nulla è più come prima.

Dai loro gesti accentuati emerge una sofferenza umana e il grande desiderio di potersi abbracciare, toccare, consolare per questo dolore e per la perdita di quel qualcosa che non può tornare: la libertà, la diversità, l’umanità, l’essenza dell’essere che non possiedono e non gli è concesso avere.
Electroma tratta temi solo in superficie fantascientifici, perché profondamente attuali, quello dell’essere e dell’apparire, del mondo «artificiale» e «naturale», della diversità e della globalizza-zione.
La sola musica (non originale Daft Punk) accompagna questo film puramente visivo: dai classici Chopin e Haydn al contemporaneo Todd Rundgren fino a Jackson Frank, che immortala con la sua canzone le immagini surreali della scena finale; dove, attraverso il ralenti, la danza dei «corpi» esplosi in area, i Daft evocano direttamente il grande maestro italiano Antonioni in Zabriskie Point.

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