a cura di Francesca Maria Bernardini (Rassegna FiniMondi)
ELECTROMA
(2006)
dei Daft Punk
Locandina
Titolo originale: id. Origine: Francia/Usa, 2006 Regia: Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo (Daft Punk) Sceneggiatura: Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo (Daft Punk), Paul Hahn, Cédric Hervet Fotografia: Thomas Bangalter Colonna sonora: Steven Baker Interpreti: Peter Hurteau, Michael Reich Produzione: Daft Arts, Wild Bunch Durata: 74’
Rossa la parete rocciosa corrosa dal tempo e dal sole mostrata nelle prime immagini di Electroma, secondo lungometraggio della band francese Daft Punk, rosse le immagini iterate delle fiamme che lungo la durata del film prescrivono le scene madri, accompagnate da effetti sonori che sfociano nel silenzio più assoluto.
Silenzio spesso ingombrante che porta lo spettatore a riflettere sull’essenza stessa dell’immagine e a classificare il secondo lungometraggio della band come un film fantascientifico-psichedelico, visivo ma soprattutto sperimentale, dove i tempi sono dilatati al massimo, accompagnati spesso da lun-ghissimi piani sequenza, panoramiche ed effetti in computer grafica fusi con ambientazioni reali. Il risultato sullo schermo è indubbiamente sbalorditivo, tanto da aver assicurato alla pellicola diretta da Thomas Bangalter (che cura anche la fotografia e la sceneggiatura) e Guy-Manuel de Homem-Christo il premio per la miglior tecnica fotografica e colonna sonora alla Director’s Fortnight del Festival di Cannes.
I due protagonisti sono due robot che iniziano un’odissea fisica e spirituale che li porterà alla vera consapevolezza del loro essere, in contrapposizione a una società dove l’omologazione è costrittiva perché non si può essere in alcun modo «fisicamente diversi». Proviamo a immaginare per un istante un mondo dove non esiste un sorriso, un pianto di un bambino, non si vede una lacrima scendere dagli occhi, dove i soli esseri viventi sono degli automi, creati non si sa dove e quando, ma che vi-vono in città con case, parchi giochi, scuole, panchine, municipi, sono il simulacro di un’entità umana ormai svanita per sempre.
I due esseri meccanici desiderano qualcosa, vogliono essere «unici» e «diversi» per potersi sentire finalmente liberi, il loro viaggio inizia percorrendo una California spoglia, deserta, arsa dal sole che brucia anche l’aria. Su di una Cadillac nera anni Ottanta, ripresa in diverse posizioni e infi-ne scavalcata dalla mdp che riprende la strada per vederla scorrere via (come nelle strade perdute di D. Lynch) portando forse a una meta, a un cambiamento, a un «nuovo mondo». Ma tutto appare ir-reale, un mondo onirico partorito da un sogno, solo due elementi sembrano essere ineluttabili, la targa della macchina dei protagonisti con su scritto «human» e la scritta sulla giacca di pelle, «Daft Punk», un’identità a cui niente si può opporre.
Eccoli entrare in un luogo, uno spazio bianco, vuoto, immacolato, ed è li che avviene la trasforma-zione, un cambiamento; i due escono con «volti umani», camminando per la città non vi è un automa che non si fermi a guardarli, tutti si voltano, li cercano, li inseguono, una piccola bambina robot li fissa così a lungo da far sciogliere il gelato e farlo cadere a terra, questo piccolo gesto è emblematico: come può una bambina robot mangiare un gelato se non possiede la bocca? Come possono due robot avere volti umani se non lo sono? Il sole è caldo e i lori volti fatti di cera si sciolgono di fronte agli sguardi di tutti, la massa li segue, inizia la disperazione e la consapevolezza di non poter essere quello che vorrebbero, nulla è più come prima.
Dai loro gesti accentuati emerge una sofferenza umana e il grande desiderio di potersi abbracciare, toccare, consolare per questo dolore e per la perdita di quel qualcosa che non può tornare: la libertà, la diversità, l’umanità, l’essenza dell’essere che non possiedono e non gli è concesso avere. Electroma tratta temi solo in superficie fantascientifici, perché profondamente attuali, quello dell’essere e dell’apparire, del mondo «artificiale» e «naturale», della diversità e della globalizza-zione.
La sola musica (non originale Daft Punk) accompagna questo film puramente visivo: dai classici Chopin e Haydn al contemporaneo Todd Rundgren fino a Jackson Frank, che immortala con la sua canzone le immagini surreali della scena finale; dove, attraverso il ralenti, la danza dei «corpi» esplosi in area, i Daft evocano direttamente il grande maestro italiano Antonioni in Zabriskie Point.
a cura di Maddalena Marinelli (Rassegna FiniMondi)
LE DERNIER
COMBAT
(1983)
di Luc Besson
Locandina
Titolo originale: id. Origine: Francia, 1983 Regia: Luc Besson Sceneggiatura: Luc Besson, Pierre Jolivet Fotografia: Carlo Varini Colonna sonora: Eric Serra Interpreti: Pierre Jolivet, Jean Bouise, Jean Reno, Christiane Kruger, Fritz Wepper, Maurice Lamy Produzione: Les Films du Loup Durata: 90’
Il pianeta è stato raso al suolo da una catastrofe imprecisata.
In una distesa desertica i sopravvissuti sono in continuo stato di guerriglia per conquistarsi i pochi beni preziosi: cibo, acqua e donne, che vengono custodite/segregate sotto chiave.
Gli uomini non riescono più a emettere parola a causa di un veleno diffuso nell’aria. Regrediscono a uno stadio primitivo trasformandosi in belve violente, in guerrieri scalcinati tra medioevo ed età della pietra.
Un film che alterna poesia, dolcezza, crudeltà e ironia, in cui la parola è completamente assente. Tutto viene affidato all’immagine, alla colonna sonora di Eric Serra, ai volti intensi degli attori Pierre Jolivet, Jean Bouise, Fritz Wepper e naturalmente alla prorompente fisicità di Jean Reno, che diventerà una presenza costante in tutti i film successivi di Besson.
Personaggi beckettiani rassegnati o in cerca di rivincita in un mondo dove l’uomo sembra rimasto solo e non esiste più nessun Dio da invocare.
Il protagonista della vicenda conserva ancora un barlume di speranza. Rispetto agli altri, che rassegnati si lasciano andare all’imbarbarimento, lui cerca di reagire. Non vuole dimenticare la sua umanità e sogna di riavere un giorno la sua voce.
La banda di disperati, che vive nelle macchine in mezzo al deserto, è ridotta a un branco di lupi affamati. Una piccola tribù che s’inventa sadiche regole come quella di sostituire il denaro con dita mozzate.
Il dottore, ultimo emblema del sapere umano, si è barricato nella sua clinica e si consola disegnando i suoi graffiti e accudendo la bella donna che tiene prigioniera nel labirintico sotterraneo. Il bruto, con la sua cieca ferocia, rappresenta tristemente lo stadio finale di questa regressione morale e sociale.
Uno schema narrativo chiaro e conciso, grande suggestione delle location, che vengono raccontate con estrema cura per il dettaglio e con piccole invenzioni. L’eccezionalità del film è quella di riuscire a rendere credibile e autentico un mondo post-apocalittico senza l’ausilio di effetti speciali. Non mancano le scene d’azione, scandite dal jazz-rock di Eric Serra, in cui il ventitreenne Besson dimostra già la sua grande padronanza di ripresa.
Scarno, realizzato con poche risorse economiche ma con una grande intensità visiva e ideologica. Il primo lungometraggio di Luc Besson. Sono già ben evidenti quei tratti tipici della sua regia energica, lucida e amara in cui si ripete il leitmotiv di protagonisti buoni che si ritrovano a compiere nefandezze imposte da un sistema cattivo. Per ogni film Besson studia un involucro estetico molto accurato. Segue freddamente uno schema registico che scandisce le storie secondo i livelli dei videogame per ristabilire un senso umano di realtà solo nel finale. L’inafferrabile Besson che salta da un progetto all’altro senza seguire una linea precisa. Si divide tra l’irresistibile piacere di curare solo la forma e l’esigenza di esprimere un contenuto.
Si diverte a fare un cinema più commerciale e ultimamente anche i film per ragazzi. Poi c’è l’altra versione di Besson, attualmente sparita, quella delle opere più intimiste e autobiografiche come Le dernier combat, Le grand bleu, Angel-A, Atlantis.
Titolo originale: id. Origine: Usa, 2010 Regia: John Cameron Mitchell Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire (dalla sua pièce omonima) Fotografia: Frank G. DeMarco Colonna sonora: Anton Sanko Interpreti: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Miles Teller, Tammy Blanchard, Sandra Oh, Giancarlo Esposito, Jon Tenney Produzione: Olympus Pictures, Blossom Films, Odd Lot Entertainment Durata: 91’
Becca e Howie Corbett tornano alla vita di tutti i giorni, dopo la sconvolgente e improvvisa perdita del figlio Danny. Sono passati otto mesi dalla sua scomparsa, ma i coniugi sembrano ancora imprigionati in una gabbia di rabbia, recriminazioni e sensi di colpa; tutte sensazioni che però restano ovattate dentro di loro, senza riuscire a venir fuori. Nonostante ciò, entrambi cercano di vivere la loro, apparentemente serena, normalità; seppure terribilmente distanti l’uno dall’altra. Gli eventi che seguiranno non potranno che scuotere ulteriormente Becca e Howie, che tireranno fuori, pian piano, tutto il loro dolore. Becca si riavvicina alla madre Nat, che pur incapace di dispensare sempre giusti consigli, ha vissuto, in passato, la sua stessa situazione e riesce a comprenderla al meglio. Mentre la stravagante sorella Izzy scopre di essere incinta proprio nello stesso momento, intaccando tutti i nervi scoperti di Becca. Howie, invece, è intrappolato nei ricordi e passa il tempo a rivedere i filmini del figlio; fino a quando non si lascia andare al tentativo di farsi consolare dall’amica Gaby. La svolta decisiva arriva dall’incontro con Jason, il ragazzo adolescente che ha accidentalmente investito Danny con la sua auto. Scopriamo che anche lui ha appena vissuto un dramma familiare ed è altrettanto scioccato per l’incidente. Tra lui e Becca si instaura così uno strano rapporto in cui, sorprendentemente, vittima e carnefice sono tanto devastati ed emotivamente distrutti da trovarsi sullo stesso piano, rendendosi capaci di darsi conforto l’un l’altro. Con l’aiuto di Jason, l’ultima persona che potessero mai immaginare, Becca e Howie proveranno a liberarsi dell’enorme peso che hanno dentro, tentando di elaborare l’accaduto e rinascere da questo lutto.
Rabbit Hole nasce come una pièce teatrale scritta dallo stesso sceneggiatore del film David Lindsay-Abaire, con cui ha ottenuto il premio Pulitzer. Il titolo (La tana del Bianconiglio) non deriva solo dal fumetto scritto da Jason, ma fa riferimento alla caduta di Alice nel Paese delle meraviglie in un mondo sconosciuto, dove accadono eventi impossibili. Lo scopo, infatti, è quello di evocare la surreale esperienza del lutto che, come succede a Becca e Howie, fa sentire chiunque la provi come uno straniero in una terra nuova, in cui tutto ciò che avviene sembra non essere realtà.
A dirigere questa versione cinematografica è John Cameron Mitchell, regista e attore statunitense giunto al suo terzo lungometraggio, dopo l’eccentrico Hedwig – La diva con qualcosa in più e il provocatorio Shortbus – Dove tutto è permesso, in cui aveva infranto tabù come il sesso e l’omosessualità. Ma la prima persona a interessarsi alla pièce è stata proprio Nicole Kidman, che si è decisa a trasformarla in un film diventando, per la prima volta, sia produttrice che interprete per la sua casa di produzione Blossom Films. Così, dopo flop di critica e botteghino, la Kidman ritorna ai suoi tempi d’oro, regalandoci un’intensa e commovente performance, con cui ha ottenuto varie nomination durante l’Award Season, tra cui quelle più prestigiose, ai Golden Globes e agli Oscar 2011. Il film ha inoltre ricevuto altre candidature per la sceneggiatura e per l’altrettanto ottima e toccante interpretazione di Aaron Eckhart. Richard Corliss, giornalista del Time Magazine lo ha, inoltre, inserito tra i dieci migliori lungometraggi del 2010. L’anteprima mondiale si è tenuta il 13 settembre 2010 durante il Toronto Film Festival, mentre il Festival Internazionale del Film di Roma lo ha presentato, il 1° novembre 2010, in concorso, oltre che in anteprima europea. La pellicola è poi approdata nella sale italiane l’11 febbraio 2011.
In una rassegna in cui si consumano tormenti dell’animo e lotte per la sopravvivenza post-apocalittiche, il dramma di Rabbit Hole è totalmente fuori da ogni contesto fantascientifico, ma dimostra quanto la quotidianità, a volte, riesca a essere più tragica di qualsiasi catastrofe possibile. Fortunatamente, però, rimane quella lieve aura di speranza, che lascia presagire che non è del tutto finita, almeno questa volta.
Titolo originale: Dogme 1 Festen Origine: Danimarca/Svezia, 1998 Regia: Thomas Vinterberg (non accreditato) Sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Mogens Rukov Fotografia: Anthony Dod Mantle Interpreti: Ulrich Thomsen, Henning Moritzen, Thomas Bo Larsen, Paprika Steen, Birthe Neumann, Trine Dyrholm, Helle Dolleris Produzione: Nimbus Film Durata: 105’
Danimarca, nella grande tenuta di campagna fervono i preparativi della famiglia Klingenfeldt per il sessantesimo compleanno del fiero patriarca Helge, un’occasione tra le più convenzionali per cui tutti i familiari si riuniscono, e uno dopo l’altro fanno il loro ingresso nella villa i tre figli di Helge, il primogenito Christian, seguito da Helene e infine Michael.
Si apre così Festen, che inizialmente pare dipingere un delizioso ritratto di famiglia all’interno di una principesca tenuta campestre, ma con lo scorrere delle prime inquadrature, di una camera a mano che insegue i personaggi stanza per stanza, si ha la sensazione che non sia tutto così perfetto come vuole apparire. Festen è il primo film del manifesto collettivo Dogma 95, un movimento cinematografico fondato su precise regole ideate dai registi Thomas Vinterberg e Lars von Trier e firmato successivamente anche da Søren Kragh-Jacobsen e Kristian Levring il 13 marzo del 1995.
Il decalogo, definito anche con il significativo nome di «Voto di castità», tende alla creazione pura, evitando gli interventi degli effetti speciali tecnologici e ponendosi, invece, come un’azione di salvataggio del cinema attuale. I registi aderenti al movimento hanno realizzato i loro film seguendo dieci regole ferree e tra le più importanti si ricordano sicuramente il divieto di utilizzare le luci di scena, le scenografie e la colonna sonora, seguite dal rifiuto di ogni espediente al di fuori di quello della camera a mano.
In realtà Dogme 1 infrange una regola, poiché l’abito del personaggio di Christian venne acquistato appositamente per il film, mentre il manifesto sancisce che i costumi siano di proprietà degli attori; tuttavia il regista dichiara la violazione nei titoli di apertura.
Thomas Vinterberg mette a punto un vigoroso esemplare di dogmi dal tono crudele e realistico in cui la vera atmosfera si respira dopo circa mezz’ora di preambolo e a poco a poco entriamo anche noi nel sontuoso castello e ci immergiamo negli scandalosi segreti che esso ancora contiene.
Alla festa sono presenti molti ospiti, manca solo Linda, la gemella di Christian, non presente perché morta suicida poco tempo prima in una stanza di quello stesso albergo.
Durante l’occasione del brindisi, il primogenito prende la parola e pronuncia il suo discorso per far rivivere la figura della sorella e gli anni trascorsi insieme, ma soprattutto per rivelare delle scabrose confidenze a tutta la famiglia e rompere un silenzio che fa tanta paura: con apparente freddezza e velenoso sarcasmo racconta di essere stato molestato sessualmente insieme alla gemella proprio dall’uomo adorato e festeggiato da tutti i parenti lì presenti.
La festa si trasforma nell’occasione della resa dei conti e nel momento nel quale la verità affiora, riuscendo a dar corpo ai fantasmi psicologici di un protagonista tormentato. I dialoghi si fanno più serrati e l’onnipresenza della macchina da presa a mano penetra tra i personaggi come un ospite indiscreto, mostrando una rappresentazione accusatoria dell’alta borghesia da parte del regista, che sottolinea in più occasioni il contrasto tra i corrotti piani alti e i nobili quartieri della servitù.
La pellicola danese è una metafora perfetta della società di potere che obbliga a far tacere i più deboli per la paura di non essere creduti e di subire delle ulteriori pressioni da parte dei potenti e ciò che colpisce maggiormente è il modo in cui Thomas Vinterberg riesce a raccontarla attraverso una sicurezza della messinscena, l’ottima direzione di un eccellente cast e la padronanza della macchina da presa manovrata a mano in complessi piani sequenza.
In Festen lo spettatore è invitato a entrare nella tenuta di campagna dei Kligenfeldt per partecipare assieme ai protagonisti, in alcuni momenti così volutamente sordidi e così sgradevoli, alla ricerca di loro stessi per riprendere in mano la vita e per mettere fine all’ipocrisia di una perfetta realtà apparente che è stata specchio per troppo tempo di quella famiglia, ma che ricorda in piccolo molti degli aspetti della nostra società.
L’apocalisse in persona – una premessa
Elisabeth Vogler ha visto. Ha guardato negli occhi il mondo fermarsi, una volta, quando dal palco di un’Elettra ha trattenuto la battuta in gola e bloccato lo spettacolo per un intero minuto, una vita. In quel minuto ha sbirciato la struttura invisibile del mondo, in quel silenzio ha scoperto – lei, l’attrice – che la forza che lo fa muovere reca il segno impuro della simulazione, del falso. Ecco perché, ora, vuole conservare il mutismo e con esso l’immobilità: non parlare per non mentire, non muoversi per non fingere. Elisabeth vuole essere, non sembrare.
Un’angoscia potente accompagna la visione di Persona, che mette in dubbio, se siamo disposti ad ascoltare, lo stesso senso profondo della nostra esistenza. A quale prezzo siamo al mondo? sembra chiederci Bergman a ogni fotogramma. I ruoli che interpretiamo, e che filtrano la nostra esperienza del mondo e degli altri, li diamo solitamente per scontati, non arriviamo a percepirli. Ma esiste per ognuno (forse) di noi un momento nel quale un barlume sconcertante di verità rischiara la vista. Il momento epifanico in cui le maschere si rendono visibili ed è quindi possibile strapparle via e guardarsi in faccia. È la fine del mondo. L’intera nostra esperienza del reale si sfalda, gettandoci nel terrore più puro. Ecco che ci guardiamo vivere, direbbe probabilmente Antoine Roquentin.
L’ultima immagine, e la prima
Forse in tempi di profezie senza ritorno, che annunciano con tanto di date e luoghi puntuali eventi apocalittici a stretto giro, si rischia di essere meno attenti alle fini del mondo più prossime e quotidiane, quelle che si consumano ogni momento attorno a noi, magari dentro.
L'attentato alle Twin Towers dell'11 Settembre 2001
Lo sterminio di Auschwitz
L’immagine della catastrofe, che nel Novecento si è prepotentemente «materializzata» e installata nelle nostre retine, ha certamente modificato il nostro sguardo prospettico sul reale. Ma cosa è accaduto al mondo e a noi da quando abbiamo cominciato a familiarizzare con l’idea della catastrofe? Cosa comporta l’aver visto in diretta e poi migliaia di volte rivisto, tutti insieme e da tutte le angolazioni possibili, i due aerei schiantarsi sulle Twin Towers o, poco prima, i corpi ammassati all’ingresso di Auschwitz? Abbiamo davvero guarito la miopia per diventare, per dir così, presbiti?
C’è in realtà un’altra possibilità, che affascina e convince di più se solo si è disposti a produrre un piccolo scarto simbolico e di senso. Cioè che quelle profezie di cataclismi su scala planetaria altro non siano che la proiezione metaforica – narrativa e pubblica – di apocalissi private e irraccontabili, che riguardano la nostra stessa possibilità di essere al mondo; la «riguardano» nel senso che la mettono alla prova. La fine di un amore o del tempo idilliaco della giovinezza, la scomparsa di Dio o di una persona amata sono eventi che producono in noi fratture insanabili, spartiacque tra un prima e un dopo. Causano la fine del mondo per come fino a quel momento lo conoscevamo.
La scena del treno nel primo film della storia del cinema dei fratelli Lumiere
Il cinema, per parte sua, è fine del mondo per storia e vocazione, sin da quando, centosedici anni fa, il treno minacciò di uscire dallo schermo e travolgere gli atterriti spettatori parigini. L’esperienza della sala, qualsiasi sia il film proiettato, segna di per sé una cesura con la «realtà della vita», determina lo scarto tra il qui e il non so dove, il balzo – ci viene in soccorso Freud – dall’heimlich (ciò che è confortevole, familiare) all’unheimlich (il perturbante). Al cinema ci si abbandona a un’esperienza fisica e psichica ambigua di sogno in stato di veglia; a un’allucinazione volontaria che decreta, seppure a tempo determinato, la propria assenza dal mondo.
"L'Enfant" dei fratelli Dardenne
Alcune immagini in particolare sembrano incaricarsi di mettere in scena la cesura con l’al di qua dallo schermo più decisamente e direttamente. In una scena de L’enfant, uno dei capolavori dei fratelli Dardenne, Bruno, ventenne scapestrato che vive di furti, annuncia alla sua compagna, Sonia, di aver appena venduto il bambino a cui insieme hanno dato la vita. «Ne faremo un altro», prova a rassicurarla, tendendole la corposa mazzetta di euro ricavata dall’affare. La ragazza fa per protestare, poi lo fissa per un momento senza parlare, infine sviene. Sopraffatta da un evento che eccede la sua possibilità di comprensione ed elaborazione, Sonia, letteralmente, manca al mondo. E allora da dove, nell’attimo prima di svenire, Sonia ha fissato Bruno – ovviamente senza davvero vederlo, trapassandogli con lo sguardo il corpo – se non da un luogo in cui il mondo è finito?
La piccola Toots in "Bright Star" di Jane Campion
E ancora, sarà giusto chiedersi, c’è davvero differenza tra la profezia di un’apocalisse a mezzo glaciazione o invasione aliena, e la foglia ingiallita tra le mani della piccola Toots che in Bright Star annuncia l’arrivo dell’autunno e con esso, fuor di metafora, la morte imminente di John Keats?
Ben Whishaw (John Keats) e Abbie Cornish (Fanny Brawne) in "Bright Star" di Jane Campion
Le rovine atomiche di Le dernier combat e quelle morali di Festen, la post-umanità di Electroma e la troppo-umanità di Rabbit Hole; su tutto, prima di tutto, il presagio di Hanging Rock. La collisione con la melancholia e la conseguente deflagrazione appena avvenute erano da tempo annunciate.
L’apocalisse in persona – un epilogo?
Ma un’apocalisse è – può essere – una possibilità.
Bibi Andersson (Alma) e Liv Ullmann (Elisabeth Vogler) in "Persona" di Ingmar Bergman
La vacanza terapeutica sulla remota isola di Fårö che in Persona Elisabeth intraprende insieme all’infermiera Alma, si svolge in uno spazio-tempo impossibile in cui due persone infrangono il patto sociale vita-come-rappresentazione. E abbozzano una palingenesi. Pure e assolute, di un bianco accecante l’una per l’altra, Elisabeth e Alma sono; non c’è comunicazione tra loro, ma fusione. Da quel luogo recondito interrogano direttamente noi, guardando in camera, abbattendo anche l’ultima barriera posta a difesa della messa in scena. Ci guardano immobili dalla fine del mondo.
Ma quanto può durare? Quanto dura un’apocalisse? Il tempo che la realtà trovi il buco da cui penetrare nel nascondiglio e ci induca nuovamente, sopraffatti dal terrore di essere, a fingere per vivere. La purezza e la vita non hanno niente a che fare. O siamo menzogne o non siamo.
La visione di Elisabeth è repressa nel bianco. La pellicola brucia, il film finisce. Il mondo è salvo.
Titolo originale: Picnic at Hanging Rock Origine: Australia, 1975 Regia: Peter Weir Sceneggiatura: Cliff Green (dal romanzo omonimo di Joan Lindsay) Fotografia: Russell Boyd Colonna sonora: Bruce Sheaton Interpreti: Rachel Roberts, Vivean Gray, Helen Morse, Kirsty Child, Anne Lambert, Karen Robson Produzione: The Australian Film Commission, McElroy & McElroy, Picnic Productions Pty. Ltd. e Z
Durata: 115’
«C’è un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine».
Questa la frase probabilmente più emblematica del film di Peter Weir, ispirato al romanzo di Joan Lindsay.
È Miranda a pronunciarla.
Una ragazza eterea, sensuale, punto di riferimento per alunne e insegnanti all’interno dell’aristocratico collegio femminile Appleyard, Australia.
Il giorno di San Valentino del 1900, una classe di studentesse si reca in gita ad Hanging Rock, un gruppo di rocce vulcaniche antiche e imponenti.
L’intero film è attraversato da una serie di antitesi: tra le due insegnanti che accompagnano le ragazze, una rigida e mascolina, Miss McCraw, l’altra dolce e femminile, Mademoiselle de Poitiers; tra Sara, studentessa malinconica e introversa, e Miranda, solare, carismatica e seducente; tra l’ambiente austero e educato della scuola, con le sue regole e limitazioni, e la natura selvaggia dell’Australia.
Miss McCraw e Mlle de Poitiers rappresentano due diversi modi di insegnare, nella scuola e nella vita, e, ovviamente, sono spesso in disaccordo. Sara e Miranda trovano nella loro diversità una spinta vitale, e sono attratte l’una dall’altra. I due mondi, quello rigoroso del collegio e quello della natura spregiudicata di Hanging Rock, si fondono fino a suscitare nei personaggi un innocente stupore prima, un confuso sentimento di inadeguatezza e terrore poi.
La meccanica degli orologi e l’inconscio dei personaggi vengono fermati e rapiti dalla misteriosa aura diffusa dalle enormi rocce.
Quando alcune delle ragazze scompaiono, perse negli anfratti selvaggi del promontorio, tutto si ferma. La cultura viene sconfitta dalla natura insidiosa. Il mistero permea l’intera pellicola, con un crescente senso di inquietudine che inevitabilmente centra lo spettatore.
Sogno e realtà sono complementari nel film. La fotografia onirica e la melodia del flauto, quest’ultima indimenticabile per chiunque, rendono Picnic ad Hanging Rock un capolavoro del mistero, una metafora delle dicotomie che abitano le vite di ognuno. Un film che rende possibile interpretare ogni singola evoluzione della storia, e lascia libero arbitrio senza consigliare un sentiero da seguire.
Ci perdiamo nell’atmosfera fantastica del luogo, smarrendoci insieme a chi tra quelle rocce troverà, o perderà, qualcosa.
Non è forse questa la sensazione che potrebbe tormentarci alle soglie di un 2012 pieno di interrogativi e fonte di una diffusa, generale insicurezza?
Titolo originale: id. Origine: Svezia, 1966 Regia: Ingmar Bergman Sceneggiatura: Ingmar Bergman Fotografia: Sven Nykvist Colonna sonora: Lars Johan Werle Interpreti: Bibi Andersson, Liv Ullmann, Margaretha Krook, Gunnar Björnstrand Produzione: Svensk Filmindustri Durata: 79’
Un agnello sgozzato, un pene in erezione, il palmo di una mano trapassato dal chiodo della crocifissione, un bambino che fissa su uno schermo l’immagine di una donna. Si apre così Persona, con un montaggio dal sapore ejzenstejniano che accosta, secondo una logica concettuale se non puramente percettiva, immagini disparate il cui unico denominatore comune sembra essere lo shock sensoriale, il trauma. Più o meno nello stesso misterioso modo il film si chiude, tornando circolarmente al bambino che accarezza il volto femminile sullo schermo. In mezzo si racconta di Elisabeth, un’attrice (in latino dramatis persona, appunto) piombata in uno stato improvviso e apparentemente irreversibile di afasia, e di Alma, l’infermiera alle cui cure Elisabeth è affidata. Narrativamente il film è tutto chiuso nel rapporto complesso e ambiguo che si instaura tra le due donne, il suo centro essendo le evoluzioni di una relazione terapeutica che presto si fa morbosa e ossessiva.
Tra le pieghe di questa materia narrativa ridotta all’osso, negli ottanta minuti scarsi di Persona, è racchiuso l’intero universo autoriale di Ingmar Bergman. Quasi volesse scarnificare il suo cinema perché ne risaltasse meglio il nucleo, il regista svedese – che qui aveva già realizzato i suoi capolavori del primo periodo, tra cui Il Settimo Sigillo, Il Posto delle Fragole e la trilogia del silenzio di Dio – si libera dal fardello di una trama «tradizionale», si sottrae alle tentazioni dell’affabulazione e utilizza il linguaggio filmico in una maniera strettamente funzionale all’essenza del proprio discorso poetico. Getta così due delle sue muse predilette, Bibi Andersson e Liv Ullmann, nell’abisso di un film da camera radicale ed estremo, forse un film da laboratorio. Il bianco dominante (fotografia del sommo Sven Nykvist) in cui i corpi delle due attrici sono perennemente immersi, che si trovino nella clinica di Stoccolma, negli interni della casa di Fårö o sulla riva assolata del mar Baltico, è quello proprio di un «ambiente sterile», nella cui asetticità è possibile studiare al meglio l’umano, ovvero ciò che Bergman ha fatto in tutta la sua vita artistica. Un’opera in vitro. Le questioni dell’identità e della maschera, lo slancio verso l’assoluto e la tensione alla verità, emergono con straordinaria forza e nitidezza, rivelando un’ispirazione potentemente esistenzialista, in una pellicola fredda ed esemplare come un teorema e al contempo incandescente.
Il volto umano – diceva più o meno Béla Balázs già negli anni ‘20, folgorato dai film di David Wark Griffith – è il più straordinario e fecondo dei paesaggi filmabili, racchiude in sé una pluralità infinita di mondi, e su questa convinzione Bergman ha fondato tutto il suo cinema. Persona si stringe maniacalmente sui primi piani di Bibi Andersson e Liv Ullmann, ricercandovi le manifestazioni esteriori, minime, magari impercettibili, di dinamiche interiori profonde e complesse, la cui decifrazione chiama in causa le riflessioni più alte della storia del pensiero umano. C’è una suspense puramente cinematografica legata a questa ricerca, che corre lungo tutto il film, rendendone la visione un’esperienza unica e rivelatrice, di quelle che segnano un prima e un dopo nella carriera di uno spettatore. Persona è una bomba, pronta a riesplodere ogni volta, al contatto con nuovi occhi.
Secondo una profezia Maya, una serie di eventi catastrofici distruggerà il pianeta Terra fino a sterminare completamente il genere umano! Cosa ci succederà il 21 dicembre 2012?
Questo emblematico quesito è lo spunto da cui nasce la rassegna Finimondi. Perché, nell’attesa della data fatidica, il tema «2012» è diventato uno dei più grossi argomenti mediatici del momento, a livello mondiale.
Una suggestiva immagine di "Melancholia" di Lars Von Trier, recente film sulla fine del mondo
Ed è facile capirne il motivo se pensiamo che, al giorno d’oggi, tutti siamo bombardati da infiniti messaggi subliminali come questo, tanto diffusi e replicati da confonderci e influenzarci esageratamente. Quindi, se alcuni si sono rassegnati all’idea che il destino del mondo sia già irrimediabilmente segnato, noi invece vogliamo esorcizzare quel panico che l’evento può suscitare; senza pretendere di stabilire però se si tratta di verità o meno. All’inizio infatti avvertivamo la necessità di analizzare questa tematica senza fermarci alla semplicistica rappresentazione di una catastrofe fantascientifica, ma cercando di trarne possibili sottotesti e sfumature maggiormente profondi da poter raccontare.
Alla base di tutte le interpretazioni del nostro discorso c’è, sicuramente, il ciclo vitale, metafora perfetta di un percorso che inizia e finisce, per ogni essere umano. La perdita della vita, la fine del proprio ciclo è la principale paura dell’uomo. Ma ciò, come tutti siamo sappiamo, è qualcosa d’imprevedibile, come lo è la vita stessa. Mentre tutto ci scorre davanti agli occhi, la gioia o il dolore bussano a loro piacimento alle porte della nostra anima quando meno ce lo aspettiamo. La cosa migliore che possiamo fare è prendere la vita come un gioco, nel quale ricordare le vittorie e dimenticare le sconfitte. Cercando di vivere di piene emozioni, senza pensare che un giorno, probabilmente, le scorderemo.
Un fotogramma di "The Tree of Life" di Terrence Malick, che simboleggia la nascita e il ciclo vitale
Potremmo affrontare la nostra fine pensando che non ne avremo un’altra e pensare che sia consolatorio, ma non lo è. Anzi, realizzare il fatto di essere del tutto impotenti non farebbe che aumentare la nostra frustrazione.
Tutti, poi, si chiedono se esista un altro percorso, oltre la vita terrena, per le nostre anime. Qualcuno immagina, aggrappato a un barlume di speranza, che a questa fine corrisponda un nuovo inizio…
Per il senso di questa rassegna, però, poco importa se questa catastrofe planetaria avverrà o meno. Perché, pur esaminando certamente alcune storie dalle ambientazioni apocalittiche, la cosa che c’interessa maggiormente e che verrà fuori dalle pellicole sono racconti di dolori, paure, incubi e catastrofi dell’animo, che seppur maggiormente intimi, non sono meno devastanti. E dalle quali, in certi casi, sorprendentemente, si può rinascere.
"Persona" di Ingmar Bergman
La partenza è affidata a Persona del maestro Ingmar Bergman, in cui il rapporto tra due donne (che sono lo sdoppiamento di due ideologie) diventa lo strumento di una riflessione sull’identità e l’esistenza, tra religione e psicoanalisi. E soprattutto, una visione di ansie, angosce, paure e solitudini tipiche dell’uomo (della donna in questo caso specifico), che neanche la fede può sanare.
"Picnic ad Hanging Rock" di Peter Weir
In Picnic ad Hanging Rock, di Peter Weir, lo scontro tra natura e cultura è il senso principale della storia. Tre ragazze di un collegio inglese fanno una visita al vulcano di Hanging Rock e scompaiono inghiottite dalle rocce. Il potere della natura che scatena catastrofi è in perfetta sintonia con il tema «2012». Senza dimenticare il terrore per l’ignoto che, oltre la vita, attende tutti noi.
"Festen - Festa in Famiglia" di Thomas Vinterberg
Cataclismi familiari, invece, sono al centro di Festen – Festa in Famiglia, di Thomas Vinterberg. Alla festa del sessantesimo compleanno del patriarca di una grande famiglia, il primogenito accusa il padre di pedofilia e incesto, che hanno provocato, secondo lui, il suicidio della sorella gemella. A dimostrare che, proprio nel quotidiano, anche attorno alla propria famiglia, si celano i drammi e le tragedie più cupe e inimmaginabili.
"Rabbit Hole" di John Cameron Mitchell
Sempre il nucleo familiare è protagonista del più recente Rabbit Hole, di John Cameron Mitchell, ma stavolta la tragedia è quanto mai la più semplice, ma forse la più devastante. Due genitori, infatti, perdono il proprio unico figlio in un incidente. Non ci può essere nulla di più drammatico, sicuramente. Eppure i coniugi, confrontandosi con i parenti e vivendo l’incontro inaspettato con una figura chiave per lo svolgimento della vicenda, riusciranno a rinascere dalle loro ceneri.
"Le Dernier Combat" di Luc Besson
Le Dernier Combat, invece, film d’esordio del regista francese Luc Besson, ci trasporta in un’apocalisse di totale distruzione in cui un uomo tenta la lotta per la sopravvivenza. Per aumentare ancora di più il senso di devastazione, anche personale e fisica, Besson elimina ogni dialogo possibile, creando una visuale quanto mai vicina a una fine del mondo che potremmo immaginare.
"Electroma" dei Daft Punk
Infine, la rassegna si conclude con Electroma, un film decisamente particolare diretto dai Daft Punk, duo di musicisti parigini, che narrano la storia di due robot, anche loro in un’era apocalittica, che vagano per paesaggi desolati, con il sogno di diventare umani. Anche qui nessun dialogo, ma molta musica, che diventa fulcro della narrazione. Una rappresentazione futuristica che chiude il nostro percorso con un immaginario post-apocalittico decisamente originale, senza escludere che questo, in un prossimo futuro, possa presentarsi come un nuovo fantasioso inizio, dopo la fine del mondo!
“La conseguenza di questa latente subordinazione delle verità al loro senso storico è che possiamo «in verità» parlare della politica comunista, dei partiti comunisti o dei militanti comunisti. Ma possiamo vedere come, oggi, dobbiamo evitare questa aggettivazione. Per combatterla, ho dovuto affermare molte volte che la Storia non esiste, il che si accorda al mio concetto di verità; questo significa che le verità non hanno alcuna direzione e, soprattutto, non la direzione della Storia. Ma oggi devo precisare meglio questo verdetto. Non c’è di sicuro alcuna Storia reale, ed è quindi vero, trascendentalmente vero, che la Storia non può esistere. La discontinuità dei mondi è la legge dell’apparenza, e quindi dell’esistenza. Tuttavia, ciò che sta sotto la condizione reale dell’azione politica organizzata è l’Idea comunista, un’operazione legata alla soggettivizzazione intellettuale, e che integra a livello individuale il reale, il simbolico, e l’ideologico. Dobbiamo ripristinare quest’Idea interrompendo la sua connessione con ogni uso predicativo. Dobbiamo salvare quest’Idea, ma dobbiamo anche liberare il reale da ogni immediata coalescenza con essa.”
Alan Badiou, L’hypothèse comuniste, 2009
Non son mai riuscito, quando mi ritrovavo a parlare della «fine del mondo» coi ragazzi del corso di critica della Scuola di Sentieri Selvaggi, a mostrare nemmeno una clip da uno dei quattro documentari del National Geographic Channel, Esplosioni in famiglia (Blowdown, produzione canadese, del 2008). E nemmeno so perché, dato che da soli questi episodi spiegherebbero tutto quel poco che ho da dire sull’apocalisse circolare del cinema, soprattutto sull’apocalisse del passato (in senso forse deleuziano), più già vista che prevista (come a conti fatti asseriscono le teorie storiche alternative sulla cosiddetta «Superciviltà»…). Girati con l’usuale formula accattivante dei prodotti di questo canale satellitare, i quattro doc di un’ora seguono il mestiere dei componenti della famiglia Loiseaux, ingegneri esperti in grandi demolizioni alle prese con la pianificazione dell’abbattimento di quattro solidissime strutture costruite in passato con l’intento di durare per sempre. Attraverso uno studio meticoloso delle caratteristiche di ogni target, una serie di simulazioni e calcoli il più possibile verosimili, gli eroi di Blowdown riescono alla fine di ogni episodio invariabilmente a buttare giù di volta in volta un casinò di Las Vegas, un grande albergo di Miami, una rampa di lancio per missili a Cape Canaveral, e addirittura le ciminiere di raffreddamento di un impianto nucleare ancora attivo in Gran Bretagna. Come l’incendio (sempre lo stesso footage ritornante) che rade al suolo il castello nei finali di ognuno degli otto (?) Corman/Poe, non a caso puntualmente incentrati su dinamiche e mostruosità familiari, domestiche (come i Loiseaux).
Un'immagine di "Film Socialisme"
Non so come ma mi tornavano in mente i millenarismi di Esplosioni in famiglia guardando sul pc in un ottimo dvdrip sub ita lo strepitoso Film Socialisme di Godard, che è in effetti un definitivo blowdown di senso oltre che un magnifico tentativo di far «brillare» dinamitardescamente la Storia, intesa secondo Badiou (e dunque non intesa), «la discontinuità dei mondi è la legge dell’apparenza, e quindi dell’esistenza». Il bello dell’assurdo saggio di Godard, che forse è poco cormaniano (anche se personalmente non credo, quantomeno in un’unità di spazio/tempo concettuale), è che sicuramente è invece profondamente poesco, soprattutto nella seconda parte, incentrata appunto su un nucleo familiare che ruota attorno a una pompa di benzina nel mezzo del nulla, in cui i due figli bambini decidono di candidarsi alle elezioni contro la crisi economica, seppur minorenni, col motto «Avere vent’anni, avere ragione, saper vedere prima di saper leggere».
Il giovanissimo interprete di Hereafter
Non mi pare un programma alla fine troppo distante, soprattutto nel saper vedere prima di saper leggere, dall’esperienza che attraversa il piccolo gemello dickensiano nel capolavoro di Clint Eastwood Hereafter («il» film del decennio), che in qualche modo è opera affine a Film Socialisme (hereaftergodard?) soprattutto nel suo voler porsi come Spettro della Storia (Ligeia?), anche cromatico, attraversato dai raggi degli accadimenti e delle epoche, delle catastrofi (di terrorismo umano e naturale) – proprio come una crociera alla fine delle verità dei mondi alla ricerca del tesoro della memoria, navigando sulla longitudine del giorno prima tracciata dall’Unguentum Armarium testato sulle carni dell’umanità.
I danni dopo un catastrofico tsunami in "Hereafter"
Il Cinema come unica Specula Melitense dei saperi, perduta su di un’isola non tracciabile su mappa alcuna, marchingegno non lontano dall’onnisciente tavoletta ouija della trilogia dei Paranormal Activity, forse l’unica vera saga post-apocalittica della contemporaneità (quasi quanto i Transformers, non a caso sempre con Spielberg dietro, come per Hereafter), godardiana con azzardo, incastrata in un presente continuo da camera a circuito chiuso sempre vigile, e hai voglia a parlare di midquel o prequel, sospesa in un limbo tutto al di qua, dove galleggiano simulacri (Suv, ville con piscina, bigiotteria hi-tech a profusione) della dittatura delle merci (uno spettro s’aggira ecc ecc), con fantasmi in bassa definizione travestiti da grumi (orb?) di pixel, davvero da vedere come film unico, metafonia di pura dissoluzione borghese di realtà/unità di famiglia, di coppia, di sentimento, tremanti, terrorizzati, convulsi; perché il timbro della voce dell’Ombra non era quello d’un solo individuo, ma d’una moltitudine d’esseri; e quella voce, variando le sue inflessioni di sillaba in sillaba, veniva a caderci confusamente negli orecchi, imitando gli accenti noti e familiari di mille e mille amici scomparsi.